IL SECOLO DELL'ERESIA E DELLE CONGIURE          


Nel XVI secolo i pur abili e accorti diplomatici lucchesi dovettero faticare non poco e mettere più volte mano ai denari per salvaguardare le preziosa libertas mai così in pericolo come in questo periodo di continuo e variabile quadro di alleanze fra Stati ben più forti della piccola Repubblica. Lo spettro, oltre che dalla carestia, dalla peste e dalla recessione economica dovuta a una forte contrazione della richiesta di sete lucchesi soprattutto in Francia, è rappresentato anche dal terrore di “andare sotto Marzocco” cioè di essere alfine sottomessi a Firenze e perdere quell’indipendenza alla quale da sempre i lucchesi hanno dato una priorità assoluta subordinando tutto a questa. Era necessaria una scelta: Francia e Spagna con le loro lotte per il predominio sull’Italia imponevano di fatto ai lucchesi una chiara presa di posizione al fine di potere sperare “noi minimi e senza alcuna potentia” nella necessaria protezione. Sulla carta il vincitore del conflitto doveva essere Carlo V e dunque la scelta era obbligata: un ambasciatore se ne partì da Lucca per offrire devozione, fedeltà e sottomissione della nostra città all’Imperatore e a questo punto, dopo il rituale dovuto, si entrava nel vivo della questione. Lucca era disposta a offrire una cifra ma l’imperatore chiese quattro volte tanto, ci si accordò alfine per quindicimila ducati cercando però di salvaguardarsi da inattesi ma possibili scenari politici secondo la convinzione espressa da un altro ambasciatore che i lucchesi erano imperiali “di tutto ma non di cuore”. Se Carlo V non fosse risultato vincitore tutti dovevano sapere dunque che il cuore  dei lucchesi era con gli avversari. L’importante era lasciare aperto in qualsiasi direzione uno spiraglio, poi soldi e abilissimi ambasciatori, come sempre, avrebbero trovato la giusta via per  salvaguardare la  preziosa libertà.

Siamo nel 1521 e la Francia  rispondeva col suo embargo contro la  seta  prodotta a Lucca in un momento in cui i lucrosi guadagni di questa felice arte della mercatura  erano ormai un ricordo e i primi fallimenti davano il segnale di un mondo che stava per finire. Si cercò dunque l’alternativa  del  ritorno alla terra e così accanto al palazzo di città si affiancò la villa di campagna, spesso con tutti i suoi annessi, che venne ad assumere quel significato di rilievo sociale che dava maggior lustro alle casate nobiliari. Sono di questo periodo anche le due splendide ville dei Buonvisi, una fatta costruire proprio nel cuore della città, all’interno della nuova cinta muraria cinquecentesca, oggi sede comunale e di uso pubblico polivalente, e una a Camigliano  oggi di proprietà  Torrigiani che la  leggenda vuole  essere stata  luogo di incontri amorosi fra i due sfortunati amanti la cui storia portò, alla fine del secolo  all’assassinio nel cuore della città, in Piazza dei Servi, dell’uomo al tempo più insigne dei Buonvisi.

 I matrimoni allora, si sa, erano combinati e servivano a consolidare  o scalare posizioni sociali. La bella Lucrezia Malpigli per la sua avvenenza ed anche perché la madre era una Buonvisi poteva aspirare al casato più ricco e potente e a questo fu destinata,  ma la futura suor Umilia era già innamorata di un altro nobile, di ben diversa fortuna, che rispondeva al nome di Massimiliano Arnolfini .  La loro tragica ed intensa storia d’amore  terminò nel secolo successivo con non pochi imbarazzi e disagi  sia sul piano civile con la Repubblica lucchese che voleva processare Lucrezia per la complicità all’ uccisione del marito Lelio Buonvisi, sia sul piano ecclesiastico, con una netta presa di posizione papale a favore di Lucrezia che per sfuggire all’inevitabile condanna si era rifugiata nel convento di S. Chiara.

Ma  se i Buonvisi  erano certo una delle casate più in vista per potere prestigio e denaro,  vi era in questo secolo una consorteria che incuteva timore, soprattutto per la moltitudine dei suoi componenti, per le loro insistenti richieste di incarichi nella gestione della repubblica e per la loro giovane età  che  li aveva già  portati ad  atteggiamenti  e intemperanze nelle quali si intravedeva un chiaro tentativo di supremazia rispetto agli altri nobili lucchesi. Erano questi i Poggi,  una sorta di bomba innescata  nella Lucca del tempo che attendeva solo il pretesto e l’occasione  per esplodere.

E l’occasione ci fu: la chiesa di S. Giulia era rimasta  senza rettore nel 1521 e quasi tutte le famiglie nobili speravano di vedersi assegnare quell’incarico molto ben retribuito e di poco impegno ma da Roma, senza alcuna consultazione o intesa, Bartolomeo Arnolfini, alto e influente prelato della curia romana con un colpo di mano cercò di mettere tutti a tacere facendosi conferire la rettoria dal papa e inviando a Lucca un suo procuratore. Con questo si era creato un ulteriore conflitto, stavolta ecclesiastico, poiché anche il vicario vescovile aspirava a quelle ricca rettoria e dunque cercò sostegno  rivolgendosi  proprio alla potente famiglia dei  Poggi . Si trattava intanto di cacciare da S. Giulia chi vi si era insediato, ma le cose poi  precipitarono: il giovane Vincenti di Poggio entrò nel palazzo pubblico e uccise  con dieci coltellate il gonfaloniere, una sorta di Capo dello  Stato del tempo, mentre altri accoliti, nello stesso tempo, cercavano alcuni degli  Arnolfini per ucciderli riuscendo però solo a ferirli. La vicenda si concluse con l’ostracismo dei Poggi da Lucca, con sette esecuzioni capitali e una taglia sui fuggitivi. Certo uno degli episodi più cruenti a cui i lucchesi del tempo assistettero fu quel macabro spettacolo di due Poggi catturati fuori dalla Repubblica e  giustiziati:  le loro  teste furono infisse alla porte d’ingresso della città, triste trofeo e severo monito  per chi osasse ancora attentare alla libertà della Repubblica. Ma  venti anni dopo vi è un ulteriore tentativo  di dar vita ad una signoria, un tentativo maldestro di Pietro Fatinelli, un lucchese con interessi e incarichi fuori dalla città, subito sventato con relativa solita tortura per la confessione, il successivo processo e l’inevitabile decapitazione, non senza dubbi circa una sua presunta eterodossia. Di spessore diverso e indubbiamente animato da un idealismo certo condivisibile al tempo da molti,  fu il tentativo nel 1546 di Francesco Burlamacchi che, nell’intento di liberare le città toscane dallo strapotere fiorentino, voleva creare allo scopo una lega di città. Scoperto fu torturato per estorcergli  i nomi degli altri congiurati ma eroicamente non citò nessuno  e dalla denigrazione dei suoi contemporanei  e dall’accusa di pazzia, si passò poi, con un  decreto del 23 settembre 1859, a riconoscerlo come  primo martire dell’unità italiana ed erigere in suo onore quella  statua vicino alla chiesa di S. Michele  che ancor oggi si può ammirare. Ma se questi erano stati tre tentativi animati da brama di potere o risentimento contro la politica medicea, di ben altra valenza fu quello passato alla storia come “moto degli straccioni”, dal drappo nero agitato per le vie della città dai lavoratori della seta che protestavano per le miserrime condizioni di vita in cui  erano ridotti. E’ vero che al tempo vi era crisi economica e una agguerrita concorrenza per il mercato della seta, ma è altrettanto vero che questo momento di congiuntura si era cercato di scaricarlo interamente sulle spalle dell’ultimo anello della catena, salvaguardando con apposite leggi i mercanti. La repressione fu violenta: con la connivenza del parroco di S. Donato che, aprendo l’omonima porta, fece attaccare i rivoltosi alle spalle da Martino Buonvisi e  dai suoi fedeli,  si verificò una vera strage e in molti di coloro che avevano salvato la vita per sfuggire alle persecuzioni se ne andarono da Lucca. Un’altra ondata di esuli, soprattutto verso Ginevra, si mosse  per motivi  di religione: siamo nel secolo di Lutero, della Riforma, della Lucca che cerca in ogni modo di salvarsi da ingerenze ecclesiastiche  che trovano un’ ampia conferma nel tentativo di istituire nella Repubblica il famigerato tribunale dell’Inquisizione. Quel buon rapporto stato-chiesa così oculatamente preservato nei secoli (ne è esempio anche il caso di Lucrezia Buonvisi) viene messo a dura  prova.  Nella bolla istitutiva  del S. Uffizio si parla   di Lucca indicandola come un  focolaio di eresia. L’ affermazione risultò certo allarmante dato che nel settembre dell’anno precedente, il 1541, proprio il Papa aveva avuto un incontro con l’Imperatore e si era trattenuto per diversi giorni nella città tastando dunque la situazione e certo informandosi sullo spirito dei lucchesi, in particolar modo forse di quei mercanti che per il loro lavoro erano più a contatto con le nuove idee e ne potevano essere il veicolo di diffusione. Quando il famigerato tribunale dell’Inquisizione chiese a Lucca di consegnare due frati in odore di eresia la situazione sembrò complicarsi. Già il priore di S. Frediano Vermigli, noto teologo dissidente, con alcuni seguaci aveva deciso di lasciare la città per andarsene a Zurigo ma anche in questa occasione, come sempre, i lucchesi riuscirono con  fermezza, abili diplomatici e, se necessario, denaro a risolvere unasituazione critica. Per evitare pericolose intromissioni  bisognava prima di tutto rassicurare la Santa Sede sull’occhio vigile della Repubblica verso ogni possibile forma di eterodossia. Fu creata a tale scopo  una magistratura chiamata Offizio sopra la Religione col compito di  reprimere e sanzionare  eventuali eretici, informare e mantenere buoni rapporti con Roma, ma sempre in autonomia chiudendo, se necessario, e non solo metaforicamente, le porte della città murata come avvenne   nel caso dei Gesuiti che a Lucca, nonostante le forti pressioni, non riuscirono mai ad entrare.

Mentre tutto stava cambiando e anche Siena doveva rinunciare alla sua libertà e accettare la supremazia fiorentina, Lucca rimane l’ultimo baluardo di autonomia in Toscana che oculatamente cerca di rimodularsi a nuovi contenuti: nascono molti Offizi cioè commissioni simili ai nostri ministeri. L’Offizio quattrocentesco dell’onestà trova un’evoluzione nella creazione di una magistratura che ai nostri occhi potrebbe creare motivo di disagio; proteggere le meretrici le quali c dovevano riuscire là ove il precedente Offizio aveva fallito: frenare l’odioso e dilagante vizio sodomitico. Quindi si “proteggono”  queste donne pubbliche ma si “proteggono”  anche le suore  che con i loro amori, più o meno platonici, creano scandalo nella Lucca del tempo. A questo proposito è doveroso tornare a parlare  delle bella Lucrezia Buonvisi, ora suor Umilia, che in una sorta di ribellione verso i  tempi e verso quel velo preso per sfuggire alla condanna   per la complicità  nell’ uxoricidio fa del convento di S. Chiara un crocevia dei suoi amori. Questo mentre lo sfortunato Massimiliano Arnofini, viene catturato sembra proprio mentre vagava davanti alla villa Buonvisi in città, non condannato a morte per la sua precaria salute mentale, ma  rinchiuso nella torre Matilde di Viareggio a quel  tempo carcere. Il contesto è ovviamente molto lontano da noi:Viareggio, che ebbe le prime bonifiche nel secolo XVIII, era allora un povero villaggio di capanne con mefitiche esalazioni delle vicine paludi ed è in quest’ambiente malsano che nel secolo successivo lo sfortunato amante cessò di vivere. Quando mancano  quattro anni alla fine del secolo si deve fare i conti con un’ulteriore congiura, quella di Bernardino Antelminelli che coinvolse a vario titolo Genova, la  Spagna e il granduca di Toscana. Si reclamò dunque che il processo venisse fatto a Roma ma anche questa volta ci fu un netto rifiuto.Il processo si svolse a Lucca e la condanna fu la inevitabile  decapitazione. 

Si chiude il secolo. Da Lucca si rassicura la Santa Sede sulla più stretta ortodossia osservata nella repubblica e il pacifico stato, con la sua consueta politica prudente, fa del silenzio un suo strumento di governo anche su uno degli avvenimenti più tristi e sconcertanti  della storia di questo periodo. E’nel 1593 che Venezia pur avendo il tribunale dell’Inquisizione e a differenza di quello che sempre ha fatto Lucca, cede alle richieste di Roma e consegna il filosofo e teologo Giordano Bruno, una delle più colte e brillanti menti del tempo. Quel rogo che sette anni dopo arse il  grande pensatore  costituisce  una delle pagine più tristi della  nostra storia ed è un monito, purtroppo anche oggi a volte non ascoltato, di infami e vergognose conseguenze della negazione del libero pensiero e dell’intolleranza religiosa.

(a cura di Laurina Busti)

 

Per approfondire:

AA.VV., I palazzi dei mercanti nella libera Lucca del ‘500, catalogo della mostra, giugno-settembre 1980, a c. I. Belli Barsali  
AA.VV., Lucca e l’Europa degli affari secoli XV-XVII, atti del  convegno internazionale, 1-2 dicembre 1989  Lucca 1990 
Adorni Braccesi S., “Una città infetta”. La repubblica di Lucca nella crisi religiosa del ‘500, Firenze 1994 
Berengo M., Nobili e mercanti nella Lucca del cinquecento, Torino 1965 
Martinelli R., Puccinelli G., Le mura del ‘500, Lucca, 1983
Vellutini M., Donne e società nella Lucca del ’500. Maritate, monache, meretrici, Lucca 2007