Da Montaigne, a Gualdo Priorato, a Georg Christoph Martini,  l'immagine di Lucca si lega strettamente al territorio: una città serena e opulenta "cinta d'ogni intorno da un teatro di colli, vago per buona copia d'Amene e Doviziose Ville, con Maestosi Palazzi, Deliziosi Giardini et altre comodità che per diporto della Nobiltà trapiantata a maraviglia si vedono", scrive Gualdo Priorato. Impressioni che già Montaigne aveva  manifestato nel suo Viaggio in Italia,  notando la dimensione paesaggistica della villa lucchese. Tra il XV° e il XIX° secolo si sviluppa nelle aree agricole  del territorio delle "Sei Miglia" una  rete di oltre 500 residenze del patrizito lucchese. Le ville rappresentano il segnale di affermazione dell’aristocrazia lucchese che investe nell’ agricoltura, consolidando il proprio status coipossedimenti fondiarii e il titolo  di nobiltà. Si tratta di redditi provenienti principalmente dall'industria serica, dai traffici  internazionali e dalle attività bancarie.  I contatti delle famiglie lucchesi con una raffinata clientela aristocratica, come quella polacca o fiamminga che esigeva prodotti particolarmente pregiati (ermesini, damaschi, taffetà), si intrecciano con operazioni commerciali, cariche diplomatiche,   frequentazioni mondane e culturali.I nobili lucchesi sono spesso uomini politici, in rapporto con le corti europee, tanto da poterli definire anche  “ambasciatori di cultura”. Una classe dominante dotata anche di risorse intellettuali e di fantasia creatrice.  

La funzione centrale della villa, pensata come luogo di utile e diletto,  è soprattutto quella di organizzare il territorio agricolo.  Le ville si attestano con relazione di continuità tra la fascia collinare e la pianura. Si diffondono in maniera capillare, disegnando un paesaggio attraversato da assi che coordinano villa e campagna, con filari di cipressi che sottolineano gerarchie viarie, fondali grotteschi e fontane, percorsi di terra e di acque. Il territorio è dominato dalle forme rigorose e compatte dei palazzi di villa. Si tratta di  geometrie accentrate o longitudinali,  caratterizzate da loggiati, declinati variamente, da cui  derivano stilistiche particolari. Loggiati sui due fronti, oppure ripetuti su due ordini, logge aggettanti o semplicemente “ritagliate” dal volume, logge su colonne libere o su lesene, coi giardini incardinati secondo assi prospettici, non sempre centrali. Tali caratteristiche si mantengono nel corso dei secoli, arricchendosi tra XVII e XVIII secolo di valori plastici ed espressivi, conseguendo talora tensioni spaziali e strutturali di notevole interesse. Uno dei temi centrali delle grandi ville barocche del territorio lucchese è  il valore scenico dello spazio, enfatizzato dalla narratività delle scaenae frons  dei palazzi (Mansi di Segromigno, Santini di Camigliano, Sardi di San Martino di Vignale), dai teatri di verzura (Orsetti di Marlia, Antelminelli di San Colombano, Buonvisi di San Pancrazio, Bernardini di Vicopelago, Cenami di Saltocchio, Garzoni di Collodi) e dagli spettacoli delle acque che trovano la loro acmé metamorfica all’interno delle grotte dove la metafora del mito tesse un indissolubile legame tra arte e natura. Questi diversi momenti scenici coesistono e si moltiplicano nell' unità spaziale del palazzo, del giardino e dei suoi manufatti, con esiti spettacolari come dimostrano ancora oggi le ville Torrigiani Colonna a Camigliano, Reale a Marlia, Garzoni a Collodi. A determinare questo cambiamento di registro che riflette i profondi cambiamenti della società europea, di cui la villa lucchese è espressione significante, contribuiscono più generazioni di architetti come Domenico Martinelli, Filippo Juvarra, Alfonso Torreggiani, Francesco Pini, Ottaviano Diodati, ma anche di paesaggisti stranieri come André Le Nôtre e Edouard André che contribuirono a determinare quella varietà di episodi legati tra loro da un connettivo paesaggistico che ancora oggi, a distanza di secoli, mantiene un’ inconfondibile unitarietà.  

(Maria Adriana Giusti)